
Per secoli la mezzadria non è stata soltanto una forma di conduzione agricola, ma parte integrante dell’identità locale, su cui si è retta l’organizzazione sociale, economica e paesaggistica di Montalcinello. Un sistema complesso, basato su patti agrari ben precisi, che ha regolato la vita delle famiglie contadine fino agli anni Sessanta del Novecento. A ricostruirne le dinamiche e l’importanza è lo storico locale Evaldo Serpi, attraverso testimonianze dirette e documenti d’archivio raccolti nel suo volume Vita contadina.
Il patto della campagna: la mezzadria e l’identità di Montalcinello
La mezzadria, presente in Toscana almeno dalla fine del XIV secolo, ha trovato a Montalcinello una delle sue espressioni più radicate. Qui il rapporto tra padrone e mezzadro non si limitava alla coltivazione della terra, ma si traduceva in un sistema di regole ben preciso, capace di disciplinare ogni aspetto della produzione agricola e della vita dei lavoratori. I patti agrari erano il fulcro di questo meccanismo: veri e propri contratti che stabilivano diritti, doveri, risorse e modalità di lavoro. Attraverso questi patti veniva definito il calendario dei lavori agricoli, la suddivisione delle mansioni, la quantità di sementi da utilizzare, la gestione del bestiame e la ripartizione dei prodotti. Grano, vino, legumi, lana e olio venivano divisi a metà tra padrone e mezzadro, secondo una regola che dava il nome stesso al sistema. Tuttavia, la rigidità contrattuale e il meccanismo dei conti tenevano spesso il contadino in una condizione di dipendenza economica, con debiti che si accumulavano di anno in anno. Questo patto, redatto dal fattore, si rinnovava automaticamente e veniva letto al capofamiglia all’arrivo nel podere. La firma, spesso una semplice “X”, sanciva l’accettazione di un accordo che regolava non solo il lavoro, ma l’intera esistenza della famiglia. Come sottolinea Serpi, il contadino viveva una condizione di forte vincolo: il tempo libero era quasi inesistente e ogni energia era destinata alla produttività del podere. I patti agrari garantivano ai grandi proprietari – nobili, istituzioni religiose e borghesia urbana – redditi stabili e relativamente sicuri, basati sulla produzione alimentare. Allo stesso tempo, essi assicuravano una gestione capillare del territorio, mantenendo un equilibrio produttivo durato secoli.

I documenti raccolti da Evaldo (spesso provenienti da archivi privati o tramandati di padre in figlio) ci danno l’immagine di una campagna governata dalle regole dei proprietari terrieri (chiamati “padroni”) e dal duro lavoro dei contadini e della loro vita dedicata al podere. I “brogliacci”, registri in cui venivano annotate entrate e uscite, rappresentavano uno strumento essenziale di controllo e gestione. Un punto di riferimento in questo contesto è stato il Progetto di Convenzione Generale per le colonie di alcune provincie di Toscana del 1869: un testo di 79 articoli che codificava la mezzadria in conformità al Codice Civile dell’epoca. Anche la mobilità delle famiglie mezzadrili era scandita dai patti agrari. Alla scadenza del contratto, spesso in primavera, iniziava il trasferimento verso un nuovo podere, dopo l’inventario di ciò che veniva lasciato. La centralità della mezzadria emerge anche nella configurazione del borgo: sotto ogni abitazione trovavano posto gli animali, elemento indispensabile per la sopravvivenza e la produttività. Più bestiame significava più terra coltivabile e maggiori possibilità di mantenere la famiglia. Il paesaggio stesso, fatto di campi, poderi e capannoni, era il risultato diretto di questo stile di vita.

Montalcinello vista dalla stradina del cimitero (c.1940)
Oggi, con il superamento della mezzadria e la trasformazione della campagna in chiave turistica e specializzata, questo sistema è superato. Eppure, comprendere la centralità della mezzadria e dei suoi patti agrari significa leggere le radici profonde del paesaggio e comprendere l’identità di Montalcinello, riconoscendo come la storia contrattuale della terra abbia modellato il territorio.
Fonte: Serpi E., “Vita contadina - Patti agrari”.
Fonte: Serpi E., “Montalcinello: origine e vicende di una comunità”, 1997

“Il Contadino”
di Evaldo Serpi
Quel vecchietto ha sempre fatto il contadino
E ora bene o male fa il cittadino.
Pensa che nessun’altra generazione
Assisterà più a questa trasformazione.
La sua esperienza di contadino è ormai finita
Perché per forza fa un’altra vita.
Quanti ricordi gli vengono in mente
Quando nelle campagne c’era tanta gente.
Che dopo la scuola elementare
Portava le bestie a pascolare.
Camminava con le scarpe ferrate
Sia d’inverno che d’estate.
Il sabato gli dava un’ingrassatina
Per andare alla messa la domenica mattina.
Quando c’era il grano e il formentone
O bene o male arrivano a nuova stagione.
Tutti gli uomini attaccati al soleggino
Ci portavano di dietro un oncino.
Per sorreggere la falce e la pennata
Quando lavoravano durante la giornata.
Nelle campagne in ogni momento
Erano sottoposti a piogge, freddo e vento.
D’estate con il gran calore
Pativano le pene del signore.
Quando nei campi era secco il grano
Branchi di persone a segarlo a mano.
Ora tanti campi sono abbandonati
Perfino i poderi sono franati.
Anche per le feste più importanti
Lavoravano sempre tutti quanti.
Ora ve la dico lesta lesta
Sistemavano le bestie e poi facevano festa.
Quello che era disumano
Dovevano sta sempre umiliati col cappello in mano.
Senza il permesso non potevano fa’ una fascina
Altrimenti erano richiamati entro domattina.
Perché era scritto e ben specificato
Nel documento che col padrone aveva firmato.
Come ti dovevi comporta’ entro l’annata
E perfino durante la giornata.
Quando arrivavano a Natale
Al padrone veniva portato galline e maiale.
E a Pasqua sempre al padrone
Panieri di uova e un bel cappone.
Lui con la famiglia mangiava e beveva
E quello che gli avanzava lo vendeva.
Mentre i contadini tutti quanti poveretti
Allungavano il collo, vecchi e ragazzetti.
Loro considerati un branco di ignoranti
I loro arnesi li ricercavano in tanti.
L’hanno messi nel museo in esposizione
Per guadagnarci qualche milione.
Li hanno sfruttati quando erano contadini
E ora con i loro arnesi ci fanno i quattrini.
Fonte: Serpi E. “Facciamo una risata prima che finisca la giornata - Raccolta di racconti in rima,
filastrocche e facezie varie” 2007, Siena.

