
Che Roma fosse centralista e narcisista lo avevano capito anche gli Etruschi, che pure finirono per perdere la loro battaglia come tutte le popolazioni indigene. Due civiltà agli antipodi: Roma gerarchica, militare e verticale; l’Etruria più comunitaria, quasi federale (vedi federazione di città-stato indipendenti tra cui la nostra amata Volterra), profondamente legata alla natura.
I Romani erano ossessionati dal law and order, dalle strade consolari, dalle legioni e dai pretoriani pronti al saluto romano: una disciplina marziale che, molti secoli dopo, avrebbe generato un’imitazione grottesca, portandoci a vent’anni di oblio e a disfatte militari tra le più imbarazzanti.
Basti pensare a quando il nostro esercito regio scappò per i campi dell’Albania, incapace persino di sfondare in Grecia. O alla campagna di Russia, dove decine di migliaia di soldati si spensero lontano da casa, nel freddo più agghiacciante. O ancora nel caldo infernale di El Alamein, dove Mussolini, nel suo delirio, aveva portato perfino un cavallo bianco, immaginando di entrare ad Alessandria come Alessandro Magno. Gli inglesi ci accolsero invece con l’artiglieria, e fu un massacro.
Eppure, nonostante tutto, quel passo dell’oca romanista, quel manganello, continuano a farsi sentire.
Gli Etruschi, al contrario, avevano un amore aborigeno quasi sacrale per la natura, che facevano coincidere con gli dèi stessi. Un rapporto spirituale con il paesaggio, con i boschi, con la roccia che scolpivano per andare in profonditá in una processione e viaggio d'iniziazione nell'aldilà poi ripresi da Dante, padre della lingua italiana. Ma vinse Roma.
E con Roma vinsero anche le logiche centraliste.
Logiche che ancora oggi trascurano completamente le realtà rurali. Lo Stato non stanzia risorse che permettano ai borghi semi-montani di sopravvivere. Le strade vengono lentamente divorate dal verde, diventano sconnesse; mancano i sistemi più basilari per depurare le acque, rallentatori di velocità, parcheggi, sale polivalenti. Mancano investimenti per sviluppare sentieri, ristrutturare edifici antichi, promuovere cultura e vita sociale.
Di fronte a questo rischio di scomparire, Montalcinello rappresenta un piccolo laboratorio di sopravvivenza.
Qui si incontrano persone in fuga dal caos del mondo: individui testardi, caratteriali, spesso senza peli sulla lingua. Qui i boschi e la natura selvaggia temprano le persone e le preparano a resistere all’assalto delle macchine e all’alienazione di quella intelligenza che chiamano artificiale e che, come un mantra, si sta diffondendo ovunque.
A Montalcinello, invece, investiamo sull’intelligenza naturale.
Proprio oggi la Pro Loco Montalcinello ha riacceso i motori e ha ripulito l’antica via del Lumachino che va dai vecchi lavatoi all'oratorio della Madonna della Consolazione. La via percorsa da Maria, per intenderci. Pubblico le foto per celebrare come i fatti contino più di tutte le parole di una tipica riunione, dove si propagandano grandi intenti. Che la manutenzione delle strade fosse una cosa seria lo ricordano anche gli antichi Statuti di Montalcinello (trascritti nel 1561), che prevedevano quattro ufficiali, i viarii, incaricati di coordinare squadre per la lastricazione e la pulizia delle vie principali. Gli Statuti menzionano, in particolare, quattro vie:
- la via che dalla porta conduce alla Pieve (probabilmente l’attuale via della Franata);
- la via dal Campo Ritondo a Gessi (da identificarsi);
- la via che porta all’Abbazia, cioè dal fosso fino all’Aia Vecchia (si immagina un collegamento con l’abbazia di San Galgano);
- la via di Bisciano fino a Filicaia (oggi non identificata con certezza).
Quando lo Stato non c’è e le istituzioni sono sorde, resta una sola via: rimboccarsi le maniche, restare leggeri come l'Ombra della sera, spegnere la TV che anestetizza l’anima e allenare l’intelligenza naturale tra i boschi.



